Granziera e il restauro degli strumenti antichi

Pro bono magistro a cura di Paola Cavani

 

Ferdinando Granziera è un vero “maestro di bottega”, e se non avesse mostrato di avere disinvolta dimestichezza con le moderne possibilità di comunicazione (scambia risorse e informazioni con i più importanti musei di strumenti musicali del mondo), sembrerebbe uscito da un trattato di arti e mestieri rinascimentale. Dalla iniziale manifattura di copie di clavicembali, Granziera si è progressivamente dedicato alla difficile arte del restauro conservativo di strumenti antichi, cui si aggiunge una seconda, ancor più problematica sfida: restituire a quegli strumenti la voce con la massima fedeltà possibile alle rispettive caratteristiche e storia, in modo che possano essere usati per concerti e incisioni.
Nel suo laboratorio milanese sono distese due magnifiche arpe francesi di fine ‘700 col guscio a doghe come i liuti. Nel mostrarcele, l’artigiano ci fa notare come in questi casi rimettere in sesto la cassa armonica sia molto complicato, a volte non è perfettamente in squadra, i punti di contatto sono pochi, a volte ancora bisogna rimediare a cattivi interventi effettuati in precedenza sulla stessa parte. Le variabili sono infinite, come infinita è la pazienza necessaria per portare a compimento un restauro di questo tipo (puo’ durare anche otto o nove mesi) su arpe che appartengono ancora ad un’epoca in cui non erano tenute insieme da una struttura rigida come quella che avrebbero avuto le Érard qualche decennio avanti; innumerevoli sono anche i problemi legati al ripristino della funzionalità della meccanica, che è in ferro battuto. Il motivo per cui Granziera ha cominciato a occuparsi di arpe ha più a che fare con il caso che con una precisa intenzionalità: pur conoscendole e studiandole da sempre, la prima volta che gli capitò un lavoro di liuteria su una di esse fu per sostituire un collega malato. Da allora la sua competenza è andata via via allargandosi, mettendo al servizio del restauro d’arpe tutto il suo bagaglio per riuscire a vincere scommesse impossibili come quelle che gli vengono commissionate, precisando che l’unica garanzia che si sente di dare sono la sua professionalità, la sua passione, l’instancabile ricerca unitamente a quelle, naturalmente, dei suoi collaboratori.
Il mercato, come si immaginerà, è assai ristretto: i musicisti di arpe antiche sono pochi, e comunque in assoluto pochi sono coloro che, avendone capito il valore, investono cifre considerevoli in recuperi di questo tipo: ciononostante usciamo dal laboratorio sollevati dall’idea che un artigianato così raffinato possa ancora prosperare nel solco della più nobile delle nostre eredità culturali.

Paola Cavani – Milano
(dal 2° numero di “Musica d’Arpa notizie” luglio 2002)