La musica e il suo tempo

di Mirella Vita

 

Quando preparavo il diplomino ero, naturalmente, innamorata degli Studi o Fantasie di Dizi, ma non sapevo che fosse questo delizioso autore; dato che i suoi pezzi assomigliavano di volta in volta a Beethoven, Schubert, Field, Mendelssohn e Chopin, ne avevo dedotto che Dizi non fosse altro che un buon imitatore e non lo avevo incluso nei miei programmi.
Solo molto più tardi conobbi le date 1780 – 1840 e capii che Dizi, lungi dall’essere un copista, apparteneva invece a quell’eletta schiera dei primi Romantici, gli antisignani d’una meravigliosa fioritura. Lo presentai allora agli ascoltatori e vidi che a loro piaceva molto come a me.
Non è ancora molto facile rintracciare tutta la nostra cultura strappandola minuzzolo per minuzzolo dai libri generici (quasi tutti in lingua straniera); ma da un paio di generazioni in qua, partendo da H.J.Zingel, qualche arpista ha cominciato a pubblicare libri specifici sul repertorio e la storia dell’arpa, alcuni in italiano e altri in lingua straniera; libri che saranno le chiavi per aprire qualcuna delle porte che ci tengono prigioniere.
Se un’arpista sa il tedesco e perciò lo trova bello può fare una cosa splendida traducendo i libri di H.J.Zingel; se qualcuno di noi sa il francese, ci sono i libri di M. Tournier, D. Mégevand e A. Glattanerie; per chi sa l’inglese, ecco i libri della R.Rensch; per chi sa lo spagnolo, quelli della M.R. Calvo-Manzano.
Questi sono libri specifici che, se fossero tradotti, allargherebbero il raggio d’azione del concertista. Inoltre, qualunque lettura, e specialmente i romanzi di tutti i tempi e paesi, aiutano un interprete a capire e spiegare (mille scuse, volevo dire suonare) i suoi pezzi a chi li ascolta. Se qualcuno ci racconta che leggere è un perdere tempo, lasciamoli dire e mandiamoli…a leggere.
Io non so il tedesco perché è una brutta lingua, ma chi lo conosce mi assicura e interessante, con una splendida letteratura.
Ho sentito molte volte dire: “Non mi piacciono gli ebrei, i tedeschi, i preti, i protestanti, i negri, gli svedesi, gli arabi, ect”
Ho sempre chiesto: “Conoscete questi signori?” e la risposta è quasi sempre stata: “Veramente no, ma…”
Ecco è proprio cosi: quel che non si conosce è sempre brutto e cattivo; così ci si sente saggi, forti di un’ignoranza ben motivata e giustificata.
In fondo a questa lista – anzi, intesta – si può mettere anche l’arpa, l’ebrea della musica: antica, amata da chi la conosce e vilipesa da chi non la conosce, sempre vivace e attiva, sempre senza un quadratino di spazio culturale, vittima di sviste e sbagli storici. Colpite dallo stesso fato siamo anche noi arpiste (e arpisti)chiuse in un ghetto di pregiudizi dal quale nessuna a voglia di liberarci; ma porta oggi si apre; possiamo uscire da sole, perché la chiave è la conoscenza.


Per farci rispettare occorre prima di tutto rispettare noi stessi, con buona pace degli ignoranti che ci bistrattano. Per far amare agli ascoltatori il nostro meraviglioso repertorio bisogna che lo amiamo ed apprezziamo noi stessi, invece di vergognarcene perché chi non l’ha sentito lo giudica soltanto a priori.
L’interprete non può conoscere bene un pezzo, se non lo “piazza” nel suo tempo e nel suo stile, se non lo colloca come una tesserina di mosaico in un paesaggio storico. Un piccolo episodio personale può forse servire da esempio.

di Mirella Vita (dal 1° numero di “Musica d’Arpa” febbraio-aprile 2002)