Dietro le orme di un'arpa

Rileggendo L’arpa di Laura. Indagine organologica, artistica e archivistica sull’arpa estense di Elio Durante e Anna Martellotti, Firenze, S.P.E.S. 1982.

La storia dell’arpa non è una storia unica e continua ma appare, man mano che ci si volge al passato più remoto, una storia fatta di molti nuovi inizi, di strade interrotte, di percorsi che si incrociano. Ricostruirla, o tentare di farlo, significa mettere insieme dei piccoli tratti che abbiano una loro coerenza interna e che possano servire ad illuminare ipotesi sui tratti di storia poco segnati dalle orme dello strumento.
La storia dell’arpa a più ordini di corde, ad esempio, si inserisce nel solco della storia dell’arpa attraverso una serie di documenti, raffigurazioni pittoriche, riferimenti indiretti, e prima di tutto, attraverso alcuni strumenti, pochi, che sono sopravvissuti allo scorrere dei secoli. Ed è da questi che si deve partire.
L’arpa di Laura è un libro che, nonostante i venti anni dalla sua prima pubblicazione, rimane sotto molti aspetti insuperato anche rispetto a più recenti pubblicazioni non solo italiane sull’argomento, sia per i risultati che presenta in relazione all’origine dell’arpa doppia italiana, sia per il metodo di ricerca che persegue: partire dal dato materiale, l’arpa estense, conservata alla Galleria Estense di Modena, per poi ricostruire a tessera di mosaico i pezzi di storia che ci possano restituire la pratica musicale dell’arpa in quegli anni.
Raccontare la storia di un’arpa per illuminare il mondo musicale che l’ha prodotta.
La prima parte del volume parte dunque dalla ricostruzione dell’identità di questo strumento: a chi appartiene? chi lo ha costruito? E a che tipo di esigenze musicali risponde?
Attraverso le fonti delle pratiche di acquisto di strumenti della corte di Ferrara, che con Alfonso II d’Este diventa una delle corti più sensibili ed attenta ad ogni novità in campo musicale, è possibile collocare la costruzione dello strumento attorno agli anni ottanta del Cinquecento (Al 1581 risale l’ordine), e non è difficile attribuirne la destinataria in Laura Peperara, la nota arpista e cantatrice mantovana che dal 1580 era stata assunta come dama di compagnia della moglie del duca, Margherita Gonzaga. Si capisce quindi l’eccezionale qualità dello strumento, che si rivela anche nella finissima miniatura con cui verrà decorata una volta giunta a corte.
L’ordine dell’arpa esita inizialmente tra due città, Roma e Napoli, che dovevano quindi rappresentare i due centri fondamentali di pratica del nuovo strumento, oltre che della sua produzione.
In Italia il termine arpa doppia compare per la prima volta negli stessi anni nelle pagine che Vincenzo Galilei dedica all’arpa nel suo Dialogo della musica antica et della moderna, la cui data di pubblicazione, 1581, coincide singolarmente con quella dello strumento estense. Partendo dalla descrizione dell’arpa in genere che avrebbe avuto origine e grande diffusione in Irlanda, Galilei afferma “essere l’istessa di quella che da pochi anni si è doppia di corde introdotta in Italia”. Non è chiaro nel testo di Galilei l’origine dell’arpa doppia, ma sicuramente la descrizione che ne fornisce è molto vicina a quella dello strumento conservato a Modena. Galilei fornisce uno schema di accordatura delle due cordiere che, seppure con alcune contraddizioni, risponde alla necessità logica di fornire a ciascuna mano nella cordiera più vicina alla mano le corde diatoniche, ed in quella parallela più distante i suoni cromatici: l’arpa prevede infatti l’accordatura diatonica della parte inferiore della cordiera di sinistra (rispetto all’esecutore), le prime 16 corde, quelle suonata dalla mano sinistra, e l’accordatura cromatica della cordiera bassa di destra; specularmente, le 15 corde della parte superiore della cordiera di destra, relative alla mano destra, seguiranno l’accordatura diatonica, fornendo la prosecuzione all’acuto della scala diatonica della mano sinistra, mentre nella parte superiore della cordiera di destra si troveranno le corde cromatiche. I suoni cromati di entrambe le cordiere verranno raggiunti inserendo le dita tra le corde diatoniche.
Quello fornito da Galilei è un prezioso schema di accordatura dello strumento che un “gentilissimo” signore d’Irlanda gli avrebbe fornito. Galilei lamenta infatti di non aver ricevuto le indicazioni richieste dai costruttori italiani interpellati, quasi che questi vogliano mantenere un segreto di casta sull’accordatura del nuovo strumento.
In realtà all’arrivo a Ferrara del nuovo strumento, il problema di come accordarlo sembra impedirne irrimediabilmente l’uso, tanto che l’ambasciatore estense a Roma, che ne ha curato le fasi di ordinazione, rivela sconsolato “s’io havessi saputo prima questa difficoltà, non mi sarei mai intromesso a procurare con tanta fatica una sorte d’istromento, che non potesse poi in alcuna maniera essere adoperato costà”.
Ma la brava Laura troverà il modo di adoperarlo proseguendo la fortuna di un’arpa finalmente cromatica.

Chiara Granata

Dal 3° numero di “Musica d’Arpa notizie” settembre 2002