Della presente inutilità dell’arpa

di Leporello

 

Se con la giusta dose di disinvolta approssimazione, che sempre deve accompagnare le valutazioni generali, proviamo a paragonare metaforicamente la comatosa condizione in cui versa la musica classica in Italia a un articolato e micidiale gioco di scatole cinesi, allora si dovrà serenamente convenire che l’ultima scatola – la più angusta e inaccessibile, quella che oltretutto non partorirà nulla, neanche un aborto di speranza – spetta oggigiorno all’arpa. È con affettuosa premura che dico questo. Oltretutto ulteriori dosi di irresponsabile clemenza medicamentosa potrebbero irreparabilmente concorrere a sopprimere il malato.
Ma osserviamo più da vicino queste scatole e cerchiamo di frantumarle ad una ad una. La prima racchiude l’intero sistema della musica classica e lo isola da un ambiente di per sé già molto ostile alle ragioni della cultura, un habitat in cui si aggirano carnivori di varie specie in grado di trangugiare con terrificanti esiti digestivi ogni sorta di civile esperienza. In cima all’ecosistema si trova l’Obeso gaberiano ed è a lui che si deve l’evacuazione della scatola sonora.
Tra le varie scatole contenute nella prima c’è quella dell’ordinamento scolastico, sulla demente nocività del quale è superfluo soffermarsi. Meglio romperla e trovarci dentro la scatolina del Conservatorio, un’istituzione assiro-babilonese a compartimenti stagni, del tutto impermeabile ad agenti esterni e di per sé tragicamente incapace di comunicare alcunché ad alcuno, gelosa custode delle proprie cancrene didattico-culturali e grado zero di qualsivoglia scala alfabetizzante. All’interno della scatolina si trovano alcuni contenitori a sé stanti. Quello degli strumenti melodici, quello degli strumenti armonici, quello della composizione e quello del canto (un altro caso esemplare di necrofilia musicale, rimasto irrisolto dai tempi di Benedetto Marcello e anzi da allora in precipitevolissima picchiata).
Per quanto bislacco possa apparire, occorre riconoscere che la condizione in cui attualmente versano gli strumenti armonici è assai peggiore di quella degli strumenti melodici, ma a pensarci bene la spiegazione è ovvia: nel folle mondo dei valori rovesciati la potenziale predisposizione a un compiuto dispiegamento di libertà creativa si trasforma psicoanaliticamente in un’agorafobia asmatica tesa a un rapido ricollocamento uterino, a un ripiegamento pseudontologico alla ricerca di un Io che per igiene mentale sarebbe meglio non ritrovare mai, a un’autocogenza castrante risolta nel più assoluto autismo. Mali di cui certamente soffrono chitarra, pianoforte, clavicembalo e, ahimè, anche organo, ma mai nella misura patologica dell’arpa, la quale in più è afflitta da un’androfobia senza ritorno, rinchiusa in un soffocante gineceo, perfido lascito, a occhio e croce, della repressione della Comune di Parigi.
Il dominio sulle coscienze delle arpiste costringe le povere fanciulle ad accecarsi un occhio – qualcuno dice “a tagliarsi un seno” – e a guardare con l’altro alla propria esperienza artistica attraverso l’imbuto rovesciato di un’asfittico feticismo artigiano, che considera centro del mondo – del mondo in cui sono relegate – l’arrivo di un astratto e alienante gioco dell’oca che finisce in realtà sempre al punto di partenza, per ricominciare come prima, ad esaurimento scarnificante delle umane possibilità.
Questo l’effetto devastante del cronico analfabetismo musico su uno strumento più d’ogni altro – più d’ogni altro ripeto – carico di storia, tradizione, fascino, possibilità. E di repertorio, solo a volerlo conoscere. Per tacer del resto – il medioevo, il Cinquecento, la musica per arpa doppia, tripla, celtica, andina, contemporanea, rock, new age ecc. ecc. – basterebbe considerare il sostanziale oblio riservato alla grande produzione sette-ottocentesca destinata specificamente all’arpa, i cui rappresentanti di spicco – i Meyer, i Krumpholz, i Marin, i Bochsa – dovrebbero essere portata principale di molte tavole imbandite del concertismo e noti al grande pubblico tanto quanto i loro più fortunati e celebri colleghi. E che dire del ruolo dell’arpa nella musica da camera? Quando davvero la si sente suonare in compagnia?
Occorre dunque che le arpiste si riapproprino velocemente di ciò che è stato loro sottratto e si affranchino da una cloroformizzante e sterile schiavitù, del tutto imposta e niente affatto necessaria. Vien da dire, insomma, arpiste di tutta Italia, unitevi! Se non con un intero gruppo cameristico, almeno con qualche violinista. Ci proverete gusto, vedrete. Uscirete dalle scatole e vi accorgerete di quanto affascinante e gratificante sia lottare sino a liberarsi delle catene del mondo chiuso e finalmente svolazzare, come in un quadro di Chagall, nell’universo infinito.

(dal 3° numero di “Musica d’Arpa notizie” settembre 2002)