La musica antica e l’arpa barocca

Di Mara Galassi e Loredana Gintoli

 

“Arpa, cui dolcemente…”

Arpa, cui dolcemente
Man tocca, che del cor mio tien la chiave,
Tanto felice sei quanto soave:
Perché se ‘l Ciel adorna
Di Mercurio la cetra,
Tu sei del Ciel di due begli occhi adorna;
E se quella talhora
La notte oscura e tetra
Alcuna stella indora
Tu risplendi sovente
Il dì co’ lume di duo Soli ardenti

(Ercole Cavalletto)


Già da alcuni decenni si è potuto assistere in Italia al crescente interesse per la musica antica, cioè per quel repertorio musicale che, partendo dal secolo XIII, si snoda oggi ormai fino a comprendere il secolo XVIII e talvolta parte del XIX.
Tale interesse è volto alla studio e al recupero della prassi esecutiva su strumenti antichi (originali, o copie di strumenti antichi) ed è in questo contesto che anche l’arpa storica ha trovato un suo spazio.
L’arpa semplice rinascimentale e soprattutto l’arpa barocca, detta arpa doppia per la molteplicità degli ordini di corde di cui era costituita, furono strumenti largamente utilizzati nei secoli XV, XVI e XVII. L’arpa doppia, in particolare, ebbe proprio in Italia nella prima metà del Seicento un periodo di grande splendore e venne quasi simbolicamente ad offuscare altri strumenti, quali il liuto e il clavicembalo, principalmente nella pratica dell’accompagnamento del cantar in stile monodico. La bellezza delle sue forme e dei suoi fregi dorati la rendevano particolarmente ricercata sia nelle camere principesche sia sulle scene teatrali.
Se per gli strumenti a tastiera, il liuto ed il chitarrone innumerevoli furono le raccolte di musica stampate in Italia nel 16° e 17° secolo, per l’arpa doppia non appare alcun brano ad essa specificatamente indirizzato fino al 1609, anno di pubblicazione del Secondo Libro di Diversi Capricci per Sonare di Ascanio Majone (?-1627), virtuoso arpista ed organista napoletano, cui seguirono i brani contenuti nel Secondo Libro de Ricercate e altri vari Capricci (1615) di Giovanni Maria Trabaci (1575-1647). Sappiamo inoltre da Merin Mersenne (Harmonia Universalis, 1636) come fosse prassi comune il suonare all’arpa brani originariamente composti per organo, cembalo o liuto.
Proprio a Napoli ebbe origine quella grande scuola arpistica, fondata forse dal famoso Giovan Leonardo dell’arpa, dalla quale ebbe origine quell’esodo di virtuose che portò alla corte mantovana di Vincenzo Gonzaga dapprima la famosa Lucrezia Urbana, al tempo in cui fu per la prima volta rappresentato l’Orfeo di Claudio Monteverdi, e successivamente la bellissima ed ammiratissima Adriana Basile sorella del poeta partenopeo Giovan Battista Basile.
Anche in Roma fiorirono nomi di virtuosi, quali Orazio Michi dell’Arpa, Marco Marazzoli (bussolante di Urbano VIII), Giovan Carlo Rossi, Costanza da Ponte e molti altri. Qui, come a Napoli, l’uso dell’arpa doppia è testimoniato sia per la musica reservata delle sale principesche, sia nella pratica liturgica, sia in quella teatrale.

Il recupero del patrimonio solistico e della prassi del basso continuo realizzato all’arpa doppia ha evidenziato in questi ultimi anni il ruolo fondamentale che questo strumento riveste nelle esecuzioni del repertorio secentesco, ed in minor misura settecentesco, ed il suo sempre più vasto utilizzo. Auspico quindi che sempre più numerose siano in futuro le occasioni di ascoltare anche in Italia concerti con strumenti storici tra cui l’arpa doppia e che si possa dire al par di Pietro della Valle “…chi non va fuori di sé sentendo cantare la signora Leonora col suo arcileuto così francamente e bizzarramente toccato?
Chi può dar sentenza qual sia migliore oggi fra lor due o la signora Leonora o la signora Caterina sua sorella? Chi ha sentito e veduto, come io, la signora Adriana loro madre, negli anni più giovanili di quella bellezza che il mondo sa, a Posillipo in mare dentro una filuga, con la sua arpa dorata in mano, bisogna ben che confessi che a’ tempi nostri ancora si sono trovate in quei lidi le sirene, ma sirene benefiche e adorne quanto di bellezza altrettanto di virtù, non come quelle antiche malefiche e micidiali.”

Dal 6° numero di “Musica d’Arpa notizie” giugno 2003